Una
volta, in Marocco...
“Si,
le donne di Ouarzazate sono tutte bellissime”. Un lampo di orgoglio
fa luccicare gli occhi neri neri di Ahmed, con tutta la gioia dei
suoi sette anni. Sulla veranda del piccolo bar che si affaccia sulla
strada polverosa continua da dieci minuti buoni a strofinarmi le
scarpe nere da ginnastica. Mezz’ora fa mi ha tirato per una manica,
poi mi ha seguito per tutto il paese, “Le mie scarpe stanno bene
cosi”, “Lascia perdere, ti do lo stesso qualche Dirham”.,.
macché, non c’è stato verso. “Monsieur - dice lui - questo è
il mio lavoro, non è bacshish”, non voglio la carità". Ok, lustra,
Ahmed.
Un’aranciata
dolce e neanche tanto fresca per me, una per lui, alla luce di un
tramonto rosato e morbido ci raccontiamo in un francese improbabile.
Io arrivo da Casablanca via Marrakech, lui è nato e cresciuto qui, a
Ouarzazate, ai piedi dell’Atlante, montagne di roccia e polvere
rossa alle spalle, l’orizzonte infinito del Sahara davanti. Gli
racconto che a Marrakech, al festival del folklore, ho visto danzare
e ho parlato con un gruppo di ballerine di Ouarzazate, bellissime.
Due le ho pure fotografate, sotto una grande tenda berbera nel parco
della città: una donna imponente, dallo sguardo severo,
impenetrabile e dai modi alteri. E una ragazzina forse sua figlia «
dai grandi occhi marroni di gazzella e dal sorriso limpido. "Si —
dice Ahmed con l’aria di chi la sa lunga - le donne di Ouarzazate
sono tutte bellissime”.
Le
scarpe sono lucide come non lo sono mai state, “Hai fatto un ottimo
lavoro, te li sei meritati”, dico al mio piccolo amico mentre lo
ricompenso. Gli chiedo dove posso mangiare, e poi dormire. Ma qui è
tutto semplice, tranquillo, il tempo sembra giocare dalla tua parte.
E a volte sembra fermarsi ad aspettarti. Il barista ci porta due
frittate e un piatto di pomodori e cipolle tagliati sottili, mentre
scende la sera. Ahmed è un piccolo adulto che racconta le sue
piccole grandi cose tutto preso nella parte dell’ospite, beve un
the alla menta dolce come il miele, poi mi indica un afflttacamere
sopra la stazione dei puilman, nella piazza centrale di Ouarzazate,
mi dà un bacino sulla guancia e corre a casa, che si è fatto tardi.
Mica
mi sento solo, mentre bevo il mio the dolce. Mi pare di esserci
dentro a quel bicchierino zuccheroso e tiepido, nel bel mezzo di un
paese neanche tanto bello, stretto fra la montagna e il deserto,
attirato qui — potenza delle parole - da un nome carico di fascino
esotico: Ouarzazate.
Sono
arrivato a Casablanca, o come dicono qui a Casà, una settimana fa:
un paio d’ore di volo, ed è subito Africa, cielo, sole, terra
d’Africa. Una piatta periferia di baracche e antenne paraboliche mi
ha accompagnato all’Hotel, moderno e pure troppo comodo, sull’ampia
Avenue Hassan 11. Sono partito subito alla scoperta della Casablanca
che avevo sognato, quella del Rick’s Bar per intenderci. Che
naturalmente non c’è più. Che naturalmente non c’è mai stata.
Dai grandi, ariosi boulevard sono entrato nella Medina, la città
vecchia. Non senza diffidenza. L’odore e i colori delle spezie,
il canto dei muezzin: ecco il Marocco, ecco l’Islam. Un cinema
proietta un poliziesco italiano anni Settanta, su un piazzale
sterrato una ventina di ragazzi di tutte le età giocano a pallone,
gara dura, sudata, polverosa, a perdifiato.
La
moschea di Hassan II, la grande moschea, nuova di zecca, domina la
Corniche, il lungomare di Casà, col suo minareto alto 200 metri,
missile squadrato che spunta dalle armonie geometriche di un’immensa
terrazza. Poco più in la, i cannoni difendono le mura della Medina,
guardano al mare, sembrano ancora pronti a proteggere la città
bianca dalle scorrerie dei corsari cristiani.
Di
nuovo nella Medina, mentre cala la sera: spiedini di montone in una taverna con
poca luce e pochi clienti sono la cena condita dal sorriso pitturato di due anziane prostitute. "Tu-veux-t'amuser-un-peu- avec-moi?" . “Lah shukran”, “No
grazie”, cerco di essere gentile. Ma la diffidenza resta, ogni
ombra è un brivido nelle viuzze della città e lungo le Avenue
illuminate a giorno, fino al mio Hotel americano, moderno e comodo,
pure troppo.
La
diffidenza, quella sarà svanita solo fra I5 giorni, quando tornerò
a Casà sudato, stanco e con due dita di polvere rossa da lavare
sotto la doccia del mio Hotel americano. Ma sereno, tanto da sentirmi
il re di Casà per una notte, tanto da incrociare un fiume di occhi
neri e curiosi, e sentirli tutti amicL Tanto da trovare all’ultimo
momento il mio Rick’s bar, un ristorante anni Quaranta gestito da
un libanese che pare Edward G. Robinson, e vivere anche, ultimo
regalo di Casà, la mia notte alla Boogie.
Il
puilman parte dal piccolo inferno dell’autostazione alle 10
precise. "Combien d'heures d'ici à Marrakech?" Quanto ci vuole da qui a Marrakech? Inutile chiedere, ti guardano stupiti, tu dai la
colpa al tuo maledetto francese, ripeti la domanda con un giro di
parole. Allargano le braccia, "trois, quatre... six..." Basta un solo viaggio per capire: i puliman sembrano gli stessi che ha visto partire Paul
Bowles più di mezzo secolo fa. E forse lo sono. I bagagli vanno in
una grande rete sopra il tetto, un ragazzino agile come un acrobata salta fuori dal
finestrino col pullman in corsa prima di ogni fermata, allenta la rete, carica i bagagli dei nuovi passeggeri,
rientra che il pullman è già ripartito. Compro una bottiglia d’acqua da un
bambino e mi siedo in fondo alla vettura, con le gambe allungate nel
corridoio.
La corriera si riempie di pastori, donne con bambini, un imam vestito di
bianco, un carcerato in manette, con la testa china, in mezzo ai suoi
angeli custodi. Un uomo mi chiede un po’ d’acqua, beve alla
bottiglia; la riprendo malvolentieri. Ci si ferma spesso, a
raccogliere gente lungo la strada. Ci si mette anche la polizia, che
ferma a più riprese la vecchia corriera, ci scruta tutti, controlla
qualche documento, saluta militarmente e ci lascia passare. L’uomo
della bottiglia compra da un ambulante un sacchetto cli mele
piccolissime e verdi, e le offre a tutti i viaggiatori, e tutti ne
prendono. Lo stesso fa un vecchio con un sacchetto di semi di
girasole. Il detenuto con un cenno mi chiede una sigaretta, il
poliziotto annuisce, ne offro un paio al carcerato, altrettante ai
poliziotti. Il detenuto incrocia i miei occhi, ha nello sguardo una
rassegnazione infinita. Una gomitata del poliziotto, e lui ringrazia
con un cenno stanco del capo.
Facciamo
sosta in un villaggio di poche case: scendono tutti, fanno la fila
davanti a due piccole macellerie che fanno da posto di ristoro. In
mezzo a nuvole di mosche si sceglie fra polpettine rosse, spiedini,
costolette di montone da saltare sul fuoco su griglie unte e
annerite. La tadjine, una sorta di stufato in una pentola di
terracotta, è l’alternativa, con tanto sugo dove affondare pezzi di focaccia, tante patate e un unico pezzetto di carne. Si
aspetta senza fretta che l’ultimo dei viaggiatori abbia terminato,
e si riparte. Prima di arrivare, un boato ci sveglia dal torpore, e
la corriera sbanda cigolando. E’ scoppiata una gomma, l’imam
scende, stende la stuoia verso La Mecca e ne approfitta per pregare.
Mezz’ora, e ripartiamo; dieci minuti, un altro boato, e un’altra
gomma. Altro cambio: ora le ruote di scorta sono finite. Se ne salta
un’altra devono venirci a prendere. Chissà quando. Per fortuna
arriviamo a Marrakech senza altri intoppi. Sono passate 5 ore, ma
potevano essere "trois, quatre... six...". E pensare che c’è chi chiede a che ora
arriva il puliman.
Ci
sono città che si insinuano in te come una malattia, e te le porti
dentro per tutta la vita. Marrakech è una di queste. La polvere dei
vicoli, il rosso delle mura, la puzza di orina d’asino, il muezzin
che annuncia l’alba di una notte dolce che profuma di arance e di
menta... La
piazza Jamaa Ei Fna è il cuore di Marrakech, un caravanserraglio di
musicanti e incantatori di serpenti, coloratissimi venditori d’acqua
e cartomanti, giocolieri e danzatrici, un circo felliniano a cento
piste aperto 24 ore al giorno. Oltre le basse arcate della piazza, il
suk grande come una città: un mercato diviso in quartieri dove trovi
di tutto. Nascoste nel suk, le moschee e le madrasse, le scuole islamiche, perle
architettoniche intessute di ombrosi arabeschi.
Nel
suk contrattare è uno stile di vita: ti siedi su uno sgabello e
puoi andare avanti tre, quattro ore, hai tutto il tempo del mondo per comprare un tappeto o una collana Tuareg. Nel frattempo bevi
cinque o sei the alla menta, racconti e ascolti. Alla fine il
venditore è un amico, non di rado ti inviterà nella sua casa per
una cena tipica o per passare la notte se non hai dove dormire, Al
contrario, se acquisti subito, se non contratti, per quanto tu possa
pagare lo stesso oggetto dieci volte tanto, sarai disprezzato e sicuramente, appena ti allontani, anche schernito.
A
Marrakech è il mese di giugno e come ogni anno è in corso il grande
Festival del folklore. Musicanti e ballerine arrivano a centinaia da
tutto il Maghreb, e danno vita a notti di vera magia. AI mattino
provano, sotto le coloratissime tende berbere piantate nel parco
della città. Seguo ammirato i movimenti sinuosi delle danzatrici, i
ritmi avvolgenti dei suonatori, poi uno di loro mi da una specie di
tamburo, e mi dice di suonare. Panico, ma dura poco: in pochi secondi
prendo il ritmo, e batto a lungo sulla pelle tesa del tamburo, sempre
più preso dalla musica, finché non mi fanno male le mani.
L’applauso più grosso alla fine è per me. A sera, il grande
spettacolo: danze, musiche, un banchetto da mille e una notte,
caroselli a cavallo. Un sogno arabo per turisti, che qui sono tanti,
specie inglesi.
La
mattina dopo, a mezzodì, prendo la corriera per Ouarzazate. Otto ore
per traversare l’Atlante, con scorci superbi di una montagna
imponente e amata, perché porta un bene prezioso: l’acqua. Un
corteo di matrimonio, a piedi naturalmente, donne che lavano i panni
nell’acqua del torrente, e ancora polpette e spiedini e mosche.
Superato il passo, ecco il vento caldo e sabbioso che soffia dal
Sahara.
Il
deserto è un’esperienza unica, personale, forse mistica come e più
del mare. Er Rachidia è un antico forte militare. Scendo dal pullman
a mezzogiorno, e resto solo in una grande piazza sotto un sole
dardeggiante. Dopo un’ora trovo un grand Taxi per Erfoud, una
vecchissima sgangherata Mercedes sulla quale ci pigiamo in otto,
spendendo pochi Dirham. Erfoud
è un villaggio western allineato su una pietraia infuocata, Abdullah
e Abdel hanno 13 anni e si autonomimano mie guide ufficiali, Del
resto dicono — abbiamo lavorato con Salvatores in Marrakech
Express, e mostrano una foto di loro bambini con Abatantuono. Mi
trovano da dormire in un alberghino in stile moresco, un'oasi di
fresco nella calura, e il giorno dopo mi conducono sulla Land Rover
di un cugino nel tour degli Czar, antiche citta fortificate, fino a
Rissani, dove passo il pomeriggio al mercato del bestiame, boigia di
polvere, vento caldo e animali che ragliano, muggiscono, belano sotto
il sole. Un’altra
tiepida notte di stelle, ed eccoci tutti in Land Rover diretti a
Merzouga, l’oasi, con le palme dove incontrerò in un barrino ai piedi delle imponenti dune rosse un uomo fortunato: il tuareg che mi accompagnerà alla scoperta del grande Erg, deserto che da sempre mi porto in fondo all'anima. Poche ore, tante emozioni, poi via di nuovo verso Erfoud, silenziosa e deserta sotto il chiaro
di luna.
E’
mattina presto quando lascio in fondo alla strada polverosa Erfoud,
il ricordo rossastro del mare di sabbia, e un pezzo di cuore. Sono
stato fortunato, il grand taxi per Fez ha trovato subito i suoi
passeggeri: l’autista ha baffi curatissimi, è alto, magro e scuro di
pelle; con lui c’è un giovane sulla trentina dall’aria sveglia. E’
amico dell’autista, col quale parla fitto fitto; davanti con loro
un anziano contadino, Dietro, con me rincantucciato in un angolo, una
giovane donna — probabilmente una vedova — con gli occhi
nerissimi, tenuti bassi dietro al chador corvino, e i suoi due
bambini: lei di una decina d’anni, silenziosa e tranquilla, si
pende cura di una bamboletta di stoffa; lui di tre o quattro anni,
che mi guarda, mi fa le boccacce, mi sorride seminascosto dietro il
braccio protettivo di mamma.
Il
ragazzo davanti si presenta, Abdilmajid, e pare molto interessato
alle mie storie. L’autista ascolta silenzioso, come la donna,
mentre la scassatissima Mercedes macina chilometri sotto un sole
dardeggiante, con la pietraia sotto le gomme che si trasforma prima
in uno stradello sterrato, poi in asfalto bollente, Si superano
puliman scoppiettanti e fumanti, in difficoltà sulle salite, e
greggi di pecore. Ci stringiamo dietro, e sale anche un altro
contadino, e anche lui non apre bocca. La apre invece, la bocca, il
piccolo Selim, il bambino, che prima mi guarda con una faccia
sgomenta, poi mi vomita addosso i dolcetti mangiati per colazione. Ci
fermiamo, la madre è desolata, si scusa con lo sguardo; la
tranquillizzo. Dovrò farlo altre tre o quattro volte, tante quanti i
malesseri di Selim, che ogni volta mi guarda con aria un po’
colpevole, e mi innaffia da capo.Inconvenienti del grand taxi. In
compenso i miei fazzolettini al profumo di limone diventano il gioco
più bello per la bimba, che ora cura il fratellino e la bambola con
lo stesso amore.
Finalmente,
è mezzogiorno, ci fermiamo ad una piccola trattoria lungo la strada,
mosche e polpette, ma anche spiedini e costolette, e aranciata e the
alla menta. Chiedo il conto, il padrone mi scruta nella penombra e
butta li una cifra. Mi sembra parecchio, ma al cambio saranno si e no
tremila lire. Faccio finta di niente e sto per pagare. Mi ferma
Abdilmajid: “Quanto ti ha chiesto?” dice in francese. Gli dico la cifra.
“Troppo, dagli un quinto di quello che ti ha chiesto”. Non faccio
in tempo a replicare, lui è già su tutte le furie, inveisce in
arabo contro il padrone, capisco solo una parola, “vergogna”. Il
padrone non ci sta, gli dice di farsi gli affari suoi, devo
intervenire per separarli. Abdilmajid è fuori di sé, pronto a
scattare come una molla: prende pochi dirham, ci sputa sopra, li tira
in faccia all’oste, che urla minacce incomprensibili.
Risaliamo
sul grand taxi, tutti si scusano con me, anche la donna scuote la
testa. E io li a dire che non è successo niente: macché, sono
desolati, discutono con calore per un’altra mezz’ora. Intanto il
paesaggio cambia, si sale su strade di montagna, ma ben diverse da
quelle dell’Atlante; la chiamano la Svizzera marocchina: pare
impossibile a queste latitudini, ma è proprio così, ci sono foreste
d’abeti, e baite in legno col tetto a punta e i fiori alle
finestre. E’ un posto da ricchi, mi dice Abdilmajid, in inverno ci
vengono a sciare. Qualche
decina di chilometri, e le linee verticali degli abeti si
ammorbidiscono in coloratissimi boschetti di aranci. Il sole inizia a
calare quando si apre davanti al muso della Mercedes la grande vallata
di Fez, un puntaspilli di minareti, da lontano un puzzie fittissimo
di vita, case, colori. Abdilmajid mi chiede dove ho l’albergo.
“Devo cercarlo”, rispondo: gli occhi gli luccicano; parlotta con
l’amico autista, poi mi dice con l’aria di chi non ammette
repliche “Stasera resti con noi”.
Lasciamo
la vedova con i bambini in una piazzetta sterrata in periferia, fra
baracche di tufo e lamiera, e proseguiamo in quartieri
dall’apparenza un po’ meno povera, case squadrate in mattoni
chiari e per tetto ampie terrazze. Ci fermiamo davanti ad una casa a
tre piani. Abdilmajid dice di essere studente universitario, ha
trascorso due mesi a casa, a Er Rachidia, e ora è di nuovo qui, per
una lunga stagione di studi nell’antica università di Fez.
L’autista è un suo parente che l’ha portato gratis. Io, che dopo qualche resistenza ho accettato
l’ospitalità, sono già pentito: mi
fingo tranquillo, ma qualche preoccupazione ce l’ho, seppure cerchi
di nasconderlo anche a me stesso: ok, vediamo cosa succede.
Saliamo
al secondo piano; nell’ingresso piccolissimo, un metro per due, una
cucina a gas, quindi una grande stanza. Dentro due ragazzi e due
ragazze, nessun mobile né armadi, solo vecchi tappeti lungo il
perimetro pochi abiti stinti appesi ad attaccapanni di fortuna. I
ragazzi e le ragazze saltano addosso ad Abdilmajid e Io ricoprono di
baci ed abbracci. Lui mi presenta, e divento il centro
dell’attenzione. Mi fanno sedere su un tappeto, mi offrono il the.
Due ragazzi, lei davvero molto carina, sono fidanzati, si vede subito.
Non abitano qui, sono amici in visita, e la cosa mi dispiace un po’. Qui con
Abdilmajid vivono invece Habiba, una cicciottella un po’ invadente
e chiacchierona, Mohammed, un lungagnone sui 25 anni un po’
stonato, sempre con un dito nel naso, e fin troppo affettuoso, e un
quarto silenzioso e schivo di cui non capisco bene il nome. Stanotte
restiamo qui anche io e l’autista del gran Taxi.
Mi
raccontano in un francese lento e sinuoso brandelli di vita
universitaria, lontano da casa, mica tanto diversa dalla nostra: però
qui tutto è essenziale, praticamente non ci sono oggetti, mobili,
soprammobili. Due abiti, uno pesante e l’altro leggero, una
pentola, un grande vassoio dove si mangia tutti. Una buca in uno
stanzino, su a tre piani, in terrazza, e una catinella con l’acqua
sono i servizi igienici. Scende una sera tiepida e tranquilla come una camomilla,
e facciamo una passeggiata tutti insieme all’università: bassi
edifici bianchi, file di studenti in attesa dell’esame, rituali e
scaramanzie, sorrisi e lacrime; non c’è differenza con le aule dei
nostri atenei. Mi tranquillizzo: una punta di preoccupazione a dire la verità mi
resta solo per le eccessive effusioni che vedo scambiarsi fra uomini:
i miei amici camminano per mano o abbracciati, si accarezzano, si
tengono stretti stretti: nessun problema, ma evitato ormai il rischio
di cadere in mano a rapinatori o che so io, mi risparmierei
volentieri esperienze sessuali alternative. Scoprirò solo molto più
tardi che il linguaggio dei gesti nei Paesi arabi è ben diverso dal
nostro. E mi sentirò in colpa per aver dormito con un occhio solo.
Torniamo
a casa, e mentre Habiba e Mohammed mi ricoprono di domande e di
premure, mangiamo insieme dai grande piatto uno stufato di agnello e
olive dall’aspetto non troppo invitante: invece è buono, mi
resterà nella memoria come uno dei piatti più buoni mai assaggiati.
Andiamo avanti fino a tardi, raccontandoci: mezzanotte è passata,
quando saliamo in terrazza. E’ una notte calda e dolce, profumata
di arance e di menta, e le stelle sono più del solito, e più
brillanti, Mohammed, col suo dito nel naso, pende dalle mie labbra,
Habiba vuoi sapere tutto e mi martella di domande, Abdilmajid mi chiede soprattutto
dell’italia. Il suo sogno è di laurearsi, poi di venire subito da
noi; un suo lontano parente vive a Brescia e fa sapere che non sta
male, meglio che in Francia. E poi l’ha visto anche in televisione,
come vivono gli italiani: “Sono bravi, sono amici, sono come noi
marocchini: io lavorerò con loro, gli farò vedere quanto valgo”.
Lascia
perdere, Abdilmajid, non è una bella vita quella che ti aspetta dalle mie parti, e la gente non è poi così buona e accogliente come pensi, non tutta. Macché, lui ha la sua Italia in testa e nel cuore, è il suo
sogno e non vuole lasciarselo incrinare. Buonanotte Abdilmajid,
buonanotte a te e a tutti i ragazzi come te che hanno cercato
l’America in Italia: da domani, lo so già, nei loro occhi vedrò i
tuoi occhi.
La mattina tardi mi accompagnano tutti alla stazione, il
treno mi riporterà a Casà, a cercare e trovare la mia notte alla Bogart, senza paure, senza diffidenza.
Habiba mi abbraccia, Abdilmajid mi stringe forte la mano, col suo
sguardo franco e ancora pulito, Mohammed, non mi si stacca di dosso,
mi guarda salire sul treno e piange silenzioso, col suo dito nel
naso.
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