venerdì 30 agosto 2024

4 - UN SOGNO AFRICANO (Awra Amba)

 


Una volta, in Etiopia...

Nel cuore dell’Africa c’è un piccolo mondo che sembra uscito dalla fantasia di un John Lennon. “Imagine there's no countries - it isn't hard to do - nothing to kill or die for - and no religion, too...”. Si chiama Awra Amba, ci vivono 514 persone. E' piccolo. Ma c'è.

L'ha inventato Zumra Nuru. A sentire lui, la sua “Imagine” ha cominciato a costruirla quando non aveva neanche 4 anni. Gli altri bimbi giocavano fra le pozzanghere davanti casa, e lui parlava di pace e di fratellanza, coi familiari che alzavano sconsolati gli occhi al cielo, “questo è scemo”. Almeno, così la racconta lui.

Non so se è tutto vero, se Zumra Nuru a 4 anni aveva già iniziato a sognare e a farsi dire “questo è scemo”. Quello che è certo è che lui poi il suo sogno l’ha realizzato, lo puoi vedere coi tuoi occhi imboccando la statale B22 verso il lago Tana, nel nord dell'Etiopia, e deviando a sinistra quando sei a una settantina di chilometri da Bahar Dar.

Appena imbocchi lo sterrato vedi che qualcosa nel paesaggio cambia: è tutto un po' più ordinato, un po' più pulito. Ed ecco Awra Amba, case povere ma dignitose, strade non asfaltate ma niente fango, niente sporcizia.

Zumra Nuru lo trovi che ti aspetta nella piazzetta del villaggio, seduto sotto gli alberi. Ti accoglie a braccia aperte, ti chiama fratello. La prima cosa che ti colpisce è quel buffo copricapo verde pisello. Anzi no, è la seconda: la prima è lo sguardo buono e profondo con cui cerca i tuoi occhi. E quel carisma tranquillo che neanche il buffo copricapo verde riesce a scalfire.

Poi, con un suo collaboratore, ti porta a visitare il villaggio, ogni angolo del villaggio. Non servono molte parole: abitazioni semplici ma ordinate e linde, donne che lavorano ai telai in un capannone luminoso, uomini che seminano i campi, mucche al pascolo, e poi le cucine comuni, un piccolissimo ospedale, la casa degli anziani, la scuola con i bambini. Istruzione, salute, terza età: servizi ai confini della realtà e oltre per gli standard africani. Tutto pulito, tutto ordinato, tutto luminoso.

E' come avere una visione, una Shangri-La che ti appare in un fascio di luce. Perché a pochi, pochissimi chilometri hai appena lasciato l’Africa povera e dannata, brutta sporca e maledetta da Dio, con le sue capanne di legno, di fango e di lamiera arrugginita, con gli sguardi rassegnati di gente di ogni età che passa giornate una uguale all'altra fatte di fame, di miseria, di malattie. Awra Amba è una bolla di sapone nell’acqua sporca.

Una bolla dove vivono 514 persone. I 514 discepoli di Zumra Nuru, quelli che in questi anni hanno deciso di sognare con lui. Che di anni ne aveva 13 quando nel 1960, decise di lasciare la regione dell’Amhara, dove era nato e cresciuto, e dove la gente guardava, quel bimbo così strano e così diverso dagli altri, e scuoteva la testa.

Zumra Nuru cerca gente come lui, gente che condivida le sue idee. Come quella che da queste parti e da molte parti nel mondo suona come una bestemmia: vivere in pace tutti insieme, cristiani e musulmani, e gente di ogni razza e di ogni religione.

Cinque anni sulle strade polverose dell’Etiopia e nessun risultato, poi il ritorno a casa. Non lo accolgono bene, la gente lo evita, i familiari ormai sono sicuri: è matto. Lui allora riparte, non molla. Finché alla fine, chissà come, un pugno di disperati disposto a seguirlo lo trova. Sognare tutti insieme è più facile: si-può-fare! Zumra Nuru e i suoi discepoli si rimboccano le maniche, e nel 1972 nasce Awra Amba.

La voce si sparge, la gente comincia ad arrivare, uomini, donne, le prime famiglie. Ma quali sono le regole da seguire per vivere ad Awra Amba? I principi da seguire si contano sulle dita di una mano. Eccoli:

1 - Tutti gli individui sono fratelli aldilà di qualunque differenza sociale o religiosa

2 - Eguaglianza fra uomo e donna

3 - Rispetto dei diritti dei bambini

4 - Sostegno agli anziani e ai più deboli

5 - Lavoro per tutti e cooperazione nel segno della pace e dell’amore.

Detto così sembra facile.

Non lo è per niente. Awra Amba negli anni successivi vivrà momenti difficili, rischierà di essere cancellata. Ti risparmio gli ostacoli, le trappole, le sfide superate per sopravvivere. Che sono tante. Quelle se vuoi te le racconta la gente di Awra Amba se li vai a trovare, ma non ti aspettare rabbia o rancori, te le racconta con calma, con lo sguardo tranquillo di chi ha passato il temporale e ora ha trovato il sereno.

Zumra Nuru mi guarda negli occhi mentre risalgo sul fuoristrada, “ciao fratello”. Lo vedo rimpicciolire nello specchietto retrovisore col suo buffo turbante verde, col suo sguardo buono e profondo, con un sorriso che non è un sorriso, mentre in testa John Lennon mi suona il suo mantra, “You may say i'm a dreamer...”. Già. Tu puoi dire che sono un sognatore. Il mondo può dire che sono solo un sognatore. Ma intanto Awra Amba c’è.

 


https://en.wikipedia.org/wiki/Awra_Amba

 

 


domenica 9 maggio 2021

3 - LE DONNE DI OUARZAZATE (da Casablanca a Fez)


 

 Una volta, in Marocco...

Si, le donne di Ouarzazate sono tutte bellissime”. Un lampo di orgoglio fa luccicare gli occhi neri neri di Ahmed, con tutta la gioia dei suoi sette anni. Sulla veranda del piccolo bar che si affaccia sulla strada polverosa continua da dieci minuti buoni a strofinarmi le scarpe nere da ginnastica. Mezz’ora fa mi ha tirato per una manica, poi mi ha seguito per tutto il paese, “Le mie scarpe stanno bene cosi”, “Lascia perdere, ti do lo stesso qualche Dirham”.,. macché, non c’è stato verso. “Monsieur - dice lui - questo è il mio lavoro, non è bacshish”, non voglio la carità". Ok, lustra, Ahmed.

Un’aranciata dolce e neanche tanto fresca per me, una per lui, alla luce di un tramonto rosato e morbido ci raccontiamo in un francese improbabile. Io arrivo da Casablanca via Marrakech, lui è nato e cresciuto qui, a Ouarzazate, ai piedi dell’Atlante, montagne di roccia e polvere rossa alle spalle, l’orizzonte infinito del Sahara davanti. Gli racconto che a Marrakech, al festival del folklore, ho visto danzare e ho parlato con un gruppo di ballerine di Ouarzazate, bellissime. Due le ho pure fotografate, sotto una grande tenda berbera nel parco della città: una donna imponente, dallo sguardo severo, impenetrabile e dai modi alteri. E una ragazzina forse sua figlia « dai grandi occhi marroni di gazzella e dal sorriso limpido. "Si — dice Ahmed con l’aria di chi la sa lunga - le donne di Ouarzazate sono tutte bellissime”.

Le scarpe sono lucide come non lo sono mai state, “Hai fatto un ottimo lavoro, te li sei meritati”, dico al mio piccolo amico mentre lo ricompenso. Gli chiedo dove posso mangiare, e poi dormire. Ma qui è tutto semplice, tranquillo, il tempo sembra giocare dalla tua parte. E a volte sembra fermarsi ad aspettarti. Il barista ci porta due frittate e un piatto di pomodori e cipolle tagliati sottili, mentre scende la sera. Ahmed è un piccolo adulto che racconta le sue piccole grandi cose tutto preso nella parte dell’ospite, beve un the alla menta dolce come il miele, poi mi indica un afflttacamere sopra la stazione dei puilman, nella piazza centrale di Ouarzazate, mi dà un bacino sulla guancia e corre a casa, che si è fatto tardi.

Mica mi sento solo, mentre bevo il mio the dolce. Mi pare di esserci dentro a quel bicchierino zuccheroso e tiepido, nel bel mezzo di un paese neanche tanto bello, stretto fra la montagna e il deserto, attirato qui — potenza delle parole - da un nome carico di fascino esotico: Ouarzazate.

Sono arrivato a Casablanca, o come dicono qui a Casà, una settimana fa: un paio d’ore di volo, ed è subito Africa, cielo, sole, terra d’Africa. Una piatta periferia di baracche e antenne paraboliche mi ha accompagnato all’Hotel, moderno e pure troppo comodo, sull’ampia Avenue Hassan 11. Sono partito subito alla scoperta della Casablanca che avevo sognato, quella del Rick’s Bar per intenderci. Che naturalmente non c’è più. Che naturalmente non c’è mai stata. Dai grandi, ariosi boulevard sono entrato nella Medina, la città vecchia. Non senza diffidenza. L’odore e i colori delle spezie, il canto dei muezzin: ecco il Marocco, ecco l’Islam. Un cinema proietta un poliziesco italiano anni Settanta, su un piazzale sterrato una ventina di ragazzi di tutte le età giocano a pallone, gara dura, sudata, polverosa, a perdifiato.

La moschea di Hassan II, la grande moschea, nuova di zecca, domina la Corniche, il lungomare di Casà, col suo minareto alto 200 metri, missile squadrato che spunta dalle armonie geometriche di un’immensa terrazza. Poco più in la, i cannoni difendono le mura della Medina, guardano al mare, sembrano ancora pronti a proteggere la città bianca dalle scorrerie dei corsari cristiani.

Di nuovo nella Medina, mentre cala la sera: spiedini di montone in una taverna con poca luce e pochi clienti sono la cena condita dal sorriso pitturato di due anziane prostitute. "Tu-veux-t'amuser-un-peu- avec-moi?" . “Lah shukran”, “No grazie”, cerco di essere gentile. Ma la diffidenza resta, ogni ombra è un brivido nelle viuzze della città e lungo le Avenue illuminate a giorno, fino al mio Hotel americano, moderno e comodo, pure troppo.

La diffidenza, quella sarà svanita solo fra I5 giorni, quando tornerò a Casà sudato, stanco e con due dita di polvere rossa da lavare sotto la doccia del mio Hotel americano. Ma sereno, tanto da sentirmi il re di Casà per una notte, tanto da incrociare un fiume di occhi neri e curiosi, e sentirli tutti amicL Tanto da trovare all’ultimo momento il mio Rick’s bar, un ristorante anni Quaranta gestito da un libanese che pare Edward G. Robinson, e vivere anche, ultimo regalo di Casà, la mia notte alla Boogie.

Il puilman parte dal piccolo inferno dell’autostazione alle 10 precise. "Combien d'heures d'ici à Marrakech?" Quanto ci vuole da qui a Marrakech? Inutile chiedere, ti guardano stupiti, tu dai la colpa al tuo maledetto francese, ripeti la domanda con un giro di parole. Allargano le braccia, "trois, quatre... six..." Basta un solo viaggio per capire: i puliman sembrano gli stessi che ha visto partire Paul Bowles più di mezzo secolo fa. E forse lo sono. I bagagli vanno in una grande rete sopra il tetto, un ragazzino agile come un acrobata salta fuori dal finestrino col pullman in corsa prima di ogni fermata, allenta la rete, carica i bagagli dei nuovi passeggeri, rientra che il pullman è già ripartito. Compro una bottiglia d’acqua da un bambino e mi siedo in fondo alla vettura, con le gambe allungate nel corridoio.

La corriera si riempie di pastori, donne con bambini, un imam vestito di bianco, un carcerato in manette, con la testa china, in mezzo ai suoi angeli custodi. Un uomo mi chiede un po’ d’acqua, beve alla bottiglia; la riprendo malvolentieri. Ci si ferma spesso, a raccogliere gente lungo la strada. Ci si mette anche la polizia, che ferma a più riprese la vecchia corriera, ci scruta tutti, controlla qualche documento, saluta militarmente e ci lascia passare. L’uomo della bottiglia compra da un ambulante un sacchetto cli mele piccolissime e verdi, e le offre a tutti i viaggiatori, e tutti ne prendono. Lo stesso fa un vecchio con un sacchetto di semi di girasole. Il detenuto con un cenno mi chiede una sigaretta, il poliziotto annuisce, ne offro un paio al carcerato, altrettante ai poliziotti. Il detenuto incrocia i miei occhi, ha nello sguardo una rassegnazione infinita. Una gomitata del poliziotto, e lui ringrazia con un cenno stanco del capo.

Facciamo sosta in un villaggio di poche case: scendono tutti, fanno la fila davanti a due piccole macellerie che fanno da posto di ristoro. In mezzo a nuvole di mosche si sceglie fra polpettine rosse, spiedini, costolette di montone da saltare sul fuoco su griglie unte e annerite. La tadjine, una sorta di stufato in una pentola di terracotta, è l’alternativa, con tanto sugo dove affondare pezzi di focaccia, tante patate e un unico pezzetto di carne. Si aspetta senza fretta che l’ultimo dei viaggiatori abbia terminato, e si riparte. Prima di arrivare, un boato ci sveglia dal torpore, e la corriera sbanda cigolando. E’ scoppiata una gomma, l’imam scende, stende la stuoia verso La Mecca e ne approfitta per pregare. Mezz’ora, e ripartiamo; dieci minuti, un altro boato, e un’altra gomma. Altro cambio: ora le ruote di scorta sono finite. Se ne salta un’altra devono venirci a prendere. Chissà quando. Per fortuna arriviamo a Marrakech senza altri intoppi. Sono passate 5 ore, ma potevano essere "trois, quatre... six...". E pensare che c’è chi chiede a che ora arriva il puliman.

Ci sono città che si insinuano in te come una malattia, e te le porti dentro per tutta la vita. Marrakech è una di queste. La polvere dei vicoli, il rosso delle mura, la puzza di orina d’asino, il muezzin che annuncia l’alba di una notte dolce che profuma di arance e di menta... La piazza Jamaa Ei Fna è il cuore di Marrakech, un caravanserraglio di musicanti e incantatori di serpenti, coloratissimi venditori d’acqua e cartomanti, giocolieri e danzatrici, un circo felliniano a cento piste aperto 24 ore al giorno. Oltre le basse arcate della piazza, il suk grande come una città: un mercato diviso in quartieri dove trovi di tutto. Nascoste nel suk, le moschee e le madrasse, le scuole islamiche, perle architettoniche intessute di ombrosi arabeschi.

Nel suk contrattare è uno stile di vita: ti siedi su uno sgabello e puoi andare avanti tre, quattro ore, hai tutto il tempo del mondo per comprare un tappeto o una collana Tuareg. Nel frattempo bevi cinque o sei the alla menta, racconti e ascolti. Alla fine il venditore è un amico, non di rado ti inviterà nella sua casa per una cena tipica o per passare la notte se non hai dove dormire, Al contrario, se acquisti subito, se non contratti, per quanto tu possa pagare lo stesso oggetto dieci volte tanto, sarai disprezzato e sicuramente, appena ti allontani, anche schernito.

A Marrakech è il mese di giugno e come ogni anno è in corso il grande Festival del folklore. Musicanti e ballerine arrivano a centinaia da tutto il Maghreb, e danno vita a notti di vera magia. AI mattino provano, sotto le coloratissime tende berbere piantate nel parco della città. Seguo ammirato i movimenti sinuosi delle danzatrici, i ritmi avvolgenti dei suonatori, poi uno di loro mi da una specie di tamburo, e mi dice di suonare. Panico, ma dura poco: in pochi secondi prendo il ritmo, e batto a lungo sulla pelle tesa del tamburo, sempre più preso dalla musica, finché non mi fanno male le mani. L’applauso più grosso alla fine è per me. A sera, il grande spettacolo: danze, musiche, un banchetto da mille e una notte, caroselli a cavallo. Un sogno arabo per turisti, che qui sono tanti, specie inglesi.

La mattina dopo, a mezzodì, prendo la corriera per Ouarzazate. Otto ore per traversare l’Atlante, con scorci superbi di una montagna imponente e amata, perché porta un bene prezioso: l’acqua. Un corteo di matrimonio, a piedi naturalmente, donne che lavano i panni nell’acqua del torrente, e ancora polpette e spiedini e mosche. Superato il passo, ecco il vento caldo e sabbioso che soffia dal Sahara.

Il deserto è un’esperienza unica, personale, forse mistica come e più del mare. Er Rachidia è un antico forte militare. Scendo dal pullman a mezzogiorno, e resto solo in una grande piazza sotto un sole dardeggiante. Dopo un’ora trovo un grand Taxi per Erfoud, una vecchissima sgangherata Mercedes sulla quale ci pigiamo in otto, spendendo pochi Dirham. Erfoud è un villaggio western allineato su una pietraia infuocata, Abdullah e Abdel hanno 13 anni e si autonomimano mie guide ufficiali, Del resto dicono — abbiamo lavorato con Salvatores in Marrakech Express, e mostrano una foto di loro bambini con Abatantuono. Mi trovano da dormire in un alberghino in stile moresco, un'oasi di fresco nella calura, e il giorno dopo mi conducono sulla Land Rover di un cugino nel tour degli Czar, antiche citta fortificate, fino a Rissani, dove passo il pomeriggio al mercato del bestiame, boigia di polvere, vento caldo e animali che ragliano, muggiscono, belano sotto il sole. Un’altra tiepida notte di stelle, ed eccoci tutti in Land Rover diretti a Merzouga, l’oasi, con le palme dove incontrerò in un barrino ai piedi delle imponenti dune rosse un uomo fortunato: il tuareg che mi accompagnerà alla scoperta del grande Erg, deserto che da sempre mi porto in fondo all'anima. Poche ore, tante emozioni, poi via di nuovo verso Erfoud, silenziosa e deserta sotto il chiaro di luna.

E’ mattina presto quando lascio in fondo alla strada polverosa Erfoud, il ricordo rossastro del mare di sabbia, e un pezzo di cuore. Sono stato fortunato, il grand taxi per Fez ha trovato subito i suoi passeggeri: l’autista ha baffi curatissimi, è alto, magro e scuro di pelle; con lui c’è un giovane sulla trentina dall’aria sveglia. E’ amico dell’autista, col quale parla fitto fitto; davanti con loro un anziano contadino, Dietro, con me rincantucciato in un angolo, una giovane donna — probabilmente una vedova — con gli occhi nerissimi, tenuti bassi dietro al chador corvino, e i suoi due bambini: lei di una decina d’anni, silenziosa e tranquilla, si pende cura di una bamboletta di stoffa; lui di tre o quattro anni, che mi guarda, mi fa le boccacce, mi sorride seminascosto dietro il braccio protettivo di mamma.

Il ragazzo davanti si presenta, Abdilmajid, e pare molto interessato alle mie storie. L’autista ascolta silenzioso, come la donna, mentre la scassatissima Mercedes macina chilometri sotto un sole dardeggiante, con la pietraia sotto le gomme che si trasforma prima in uno stradello sterrato, poi in asfalto bollente, Si superano puliman scoppiettanti e fumanti, in difficoltà sulle salite, e greggi di pecore. Ci stringiamo dietro, e sale anche un altro contadino, e anche lui non apre bocca. La apre invece, la bocca, il piccolo Selim, il bambino, che prima mi guarda con una faccia sgomenta, poi mi vomita addosso i dolcetti mangiati per colazione. Ci fermiamo, la madre è desolata, si scusa con lo sguardo; la tranquillizzo. Dovrò farlo altre tre o quattro volte, tante quanti i malesseri di Selim, che ogni volta mi guarda con aria un po’ colpevole, e mi innaffia da capo.Inconvenienti del grand taxi. In compenso i miei fazzolettini al profumo di limone diventano il gioco più bello per la bimba, che ora cura il fratellino e la bambola con lo stesso amore.

Finalmente, è mezzogiorno, ci fermiamo ad una piccola trattoria lungo la strada, mosche e polpette, ma anche spiedini e costolette, e aranciata e the alla menta. Chiedo il conto, il padrone mi scruta nella penombra e butta li una cifra. Mi sembra parecchio, ma al cambio saranno si e no tremila lire. Faccio finta di niente e sto per pagare. Mi ferma Abdilmajid: “Quanto ti ha chiesto?” dice in francese. Gli dico la cifra. “Troppo, dagli un quinto di quello che ti ha chiesto”. Non faccio in tempo a replicare, lui è già su tutte le furie, inveisce in arabo contro il padrone, capisco solo una parola, “vergogna”. Il padrone non ci sta, gli dice di farsi gli affari suoi, devo intervenire per separarli. Abdilmajid è fuori di sé, pronto a scattare come una molla: prende pochi dirham, ci sputa sopra, li tira in faccia all’oste, che urla minacce incomprensibili.

Risaliamo sul grand taxi, tutti si scusano con me, anche la donna scuote la testa. E io li a dire che non è successo niente: macché, sono desolati, discutono con calore per un’altra mezz’ora. Intanto il paesaggio cambia, si sale su strade di montagna, ma ben diverse da quelle dell’Atlante; la chiamano la Svizzera marocchina: pare impossibile a queste latitudini, ma è proprio così, ci sono foreste d’abeti, e baite in legno col tetto a punta e i fiori alle finestre. E’ un posto da ricchi, mi dice Abdilmajid, in inverno ci vengono a sciare. Qualche decina di chilometri, e le linee verticali degli abeti si ammorbidiscono in coloratissimi boschetti di aranci. Il sole inizia a calare quando si apre davanti al muso della Mercedes la grande vallata di Fez, un puntaspilli di minareti, da lontano un puzzie fittissimo di vita, case, colori. Abdilmajid mi chiede dove ho l’albergo. “Devo cercarlo”, rispondo: gli occhi gli luccicano; parlotta con l’amico autista, poi mi dice con l’aria di chi non ammette repliche “Stasera resti con noi”. 

Lasciamo la vedova con i bambini in una piazzetta sterrata in periferia, fra baracche di tufo e lamiera, e proseguiamo in quartieri dall’apparenza un po’ meno povera, case squadrate in mattoni chiari e per tetto ampie terrazze. Ci fermiamo davanti ad una casa a tre piani. Abdilmajid dice di essere studente universitario, ha trascorso due mesi a casa, a Er Rachidia, e ora è di nuovo qui, per una lunga stagione di studi nell’antica università di Fez. L’autista è un suo parente che l’ha portato gratis. Io, che dopo qualche resistenza ho accettato l’ospitalità, sono già pentito: mi fingo tranquillo, ma qualche preoccupazione ce l’ho, seppure cerchi di nasconderlo anche a me stesso: ok, vediamo cosa succede.

Saliamo al secondo piano; nell’ingresso piccolissimo, un metro per due, una cucina a gas, quindi una grande stanza. Dentro due ragazzi e due ragazze, nessun mobile né armadi, solo vecchi tappeti lungo il perimetro pochi abiti stinti appesi ad attaccapanni di fortuna. I ragazzi e le ragazze saltano addosso ad Abdilmajid e Io ricoprono di baci ed abbracci. Lui mi presenta, e divento il centro dell’attenzione. Mi fanno sedere su un tappeto, mi offrono il the. Due ragazzi, lei davvero molto carina, sono fidanzati, si vede subito. Non abitano qui, sono amici in visita, e la cosa mi dispiace un po’. Qui con Abdilmajid vivono invece Habiba, una cicciottella un po’ invadente e chiacchierona, Mohammed, un lungagnone sui 25 anni un po’ stonato, sempre con un dito nel naso, e fin troppo affettuoso, e un quarto silenzioso e schivo di cui non capisco bene il nome. Stanotte restiamo qui anche io e l’autista del gran Taxi.

Mi raccontano in un francese lento e sinuoso brandelli di vita universitaria, lontano da casa, mica tanto diversa dalla nostra: però qui tutto è essenziale, praticamente non ci sono oggetti, mobili, soprammobili. Due abiti, uno pesante e l’altro leggero, una pentola, un grande vassoio dove si mangia tutti. Una buca in uno stanzino, su a tre piani, in terrazza, e una catinella con l’acqua sono i servizi igienici. Scende una sera tiepida e tranquilla come una camomilla, e facciamo una passeggiata tutti insieme all’università: bassi edifici bianchi, file di studenti in attesa dell’esame, rituali e scaramanzie, sorrisi e lacrime; non c’è differenza con le aule dei nostri atenei. Mi tranquillizzo: una punta di preoccupazione a dire la verità mi resta solo per le eccessive effusioni che vedo scambiarsi fra uomini: i miei amici camminano per mano o abbracciati, si accarezzano, si tengono stretti stretti: nessun problema, ma evitato ormai il rischio di cadere in mano a rapinatori o che so io, mi risparmierei volentieri esperienze sessuali alternative. Scoprirò solo molto più tardi che il linguaggio dei gesti nei Paesi arabi è ben diverso dal nostro. E mi sentirò in colpa per aver dormito con un occhio solo.

Torniamo a casa, e mentre Habiba e Mohammed mi ricoprono di domande e di premure, mangiamo insieme dai grande piatto uno stufato di agnello e olive dall’aspetto non troppo invitante: invece è buono, mi resterà nella memoria come uno dei piatti più buoni mai assaggiati. Andiamo avanti fino a tardi, raccontandoci: mezzanotte è passata, quando saliamo in terrazza. E’ una notte calda e dolce, profumata di arance e di menta, e le stelle sono più del solito, e più brillanti, Mohammed, col suo dito nel naso, pende dalle mie labbra, Habiba vuoi sapere tutto e mi martella di domande, Abdilmajid mi chiede soprattutto dell’italia. Il suo sogno è di laurearsi, poi di venire subito da noi; un suo lontano parente vive a Brescia e fa sapere che non sta male, meglio che in Francia. E poi l’ha visto anche in televisione, come vivono gli italiani: “Sono bravi, sono amici, sono come noi marocchini: io lavorerò con loro, gli farò vedere quanto valgo”.

Lascia perdere, Abdilmajid, non è una bella vita quella che ti aspetta dalle mie parti, e la gente non è poi così buona e accogliente come pensi, non tutta. Macché, lui ha la sua Italia in testa e nel cuore, è il suo sogno e non vuole lasciarselo incrinare. Buonanotte Abdilmajid, buonanotte a te e a tutti i ragazzi come te che hanno cercato l’America in Italia: da domani, lo so già, nei loro occhi vedrò i tuoi occhi.

 La mattina tardi mi accompagnano tutti alla stazione, il treno mi riporterà a Casà, a cercare e trovare la mia notte alla Bogart, senza paure, senza diffidenza. Habiba mi abbraccia, Abdilmajid mi stringe forte la mano, col suo sguardo franco e ancora pulito, Mohammed, non mi si stacca di dosso, mi guarda salire sul treno e piange silenzioso, col suo dito nel naso.

 


 https://it.wikipedia.org/wiki/Ouarzazate

 


mercoledì 28 ottobre 2020

2 - LO SCIAMANO (Bayanzag)

 


Una volta, in Mongolia...

Campo tendato di Bayanzag nell'alto Gobi. La strada asfaltata più vicina è a 400 chilometri. Arriviamo all'ora di pranzo. Alfredo, la guida italiana, a tavola mi dà la buona notizia: stasera forse potremo incontrare uno sciamano, a qualche chilometro da qui. Era una delle prime richieste che gli avevo fatto appena arrivato in Mongolia, una settimana prima.

Lo sciamano fa sapere che è un buon giorno per contattare gli spiriti, e che sarebbe disponibile anche a fare un rituale, se lo desideriamo. In cambio vuole 3 bottiglie di Wodka. Affare fatto. Alle 17 ci dirigiamo verso due piccole tende, le tipiche gher mongole: entriamo nella prima, arredata con tappeti. E' una specie di sala d'attesa. Intorno la steppa a perdita d'occhio, in tutte le direzioni. Dopo un'oretta l'assistente ci fa entrare nella seconda tenda. Entra lo sciamano. età indefinibile, ma non vecchio.

Non guarda nessuno, non saluta. Prende un ampio pastrano dal quale pendono decine di serpenti e lo indossa, così come un copricapo con quattro lunghe piume d'aquila, che gli nasconde quasi completamente il volto. L'assistente spiega all'interprete che il pastrano serve a proteggersi dagli spiriti, il copricapo a facilitare il contatto. Lo sciamano prende poi un grosso tamburo di pelle di cavallo e comincia lentamente a percuoterlo con una mazza. "Sta chiamando gli spiriti" dice sottovoce l'assistente. Il suono si fa sempre più forte e violento, fino a diventare quasi insopportabile, un ultimo colpo di tamburo e lo sciamano crolla a terra con un movimento innaturale, come una bambola senza fili.

Quando si rialza qualcosa è cambiato. Le sue movenze sono quasi feline, la voce è artefatta, quasi femminile o di bambina. Nella semioscurità della tenda si accovaccia a terra, si fa accendere una sigaretta (spinello?) fatta a mano, fuma in maniera strana, sotto la maschera, al lato della bocca: la sigaretta diventa cenere rossa in tre tirate. Versa in una ciotola argentata della wodka e ne beve un po'. Parla con l'assistente.

E' una lingua diversa dal mongolo, mai sentita: il linguaggio degli spiriti. L'assistente traduce in mongolo, la guida traduce in inglese. E si rivolge a me: "Sei tu che hai voluto incontrarmi" dice lo spirito, "dimmi cosa vuoi". Cosa voglio? Io pensavo di fare una specie di intervista allo sciamano, ma cosa si dice a uno spirito? Dico letteralmente la prima cosa che mi viene in mente: "Guariscimi il mal di schiena". E’ un malessere serio che mi tormenta da tempo.

Lunghi minuti di silenzio. Poi lo spirito parla: "Qualcuno qui non crede, perché non va via?". Poi di nuovo rivolto a me: “Vedrò quello che posso fare, ma c'è già un grande sciamano che si prende cura di te". Ancora silenzio, poi chiede all'assistente di farmi avvicinare. Un po' a gesti, un po' a parole, dà delle indicazioni che l'assistente mi trasmette. Mi fa mettere le mani con le palme rivolte verso l'alto, mi dà una sciarpa di seta azzurra da tenere sulle mani. Poi soldi, banconote di piccolo taglio da tenere nella sinistra. E un braccialetto di sfere marroni da tenere nella destra.

Esegue un rituale con il fuoco e la ciotola di wodka, pronuncia parole incomprensibili, una lunga litania. Beve e fa bere un sorso anche a me. Lo spirito parla ancora. Dice che più tardi incontrerà il mio spirito da solo, fuori dalla tenda, davanti al fuoco. Poi lo sciamano sembra perdere i sensi. Si riprende, e torna in sé, lo spirito se ne è andato.

Ora si muove e parla normalmente, sembra solo affaticato. Si rivolge direttamente a me. Prende il braccialetto, lo taglia, fa cadere le sfere nella ciotola con la wodka, vi immerge anche un filo nuovo, giallo. Poi infila di nuovo le sfere una per una, lega con tre nodi (felicità, infelicità, felicità, così l'infelicità è chiusa in mezzo, spiega) al mio polso. Prende un sorso di wodka e dalla bocca me la spruzza sul polso. Prende un filo rosso, infila una perla, fa lo stesso con questo secondo filo alla mia caviglia, con tanto di spruzzo di wodka.

Dice che non dovrò togliermeli, che sì, ho dei problemi alla colonna e ai reni, ma quando i bracciali si scioglieranno da soli, guarirò. Però non dovrò conservarli, dovrò far cadere le sfere, poi buttarle via. Poi mi fa sdraiare bocconi, con la schiena nuda. Manipola per qualche minuto la zona dei reni e della colonna, conclude con un colpo piuttosto violento. Io sono alquanto preoccupato; ma insomma, me la sono cercata.

Sono passate quasi due ore dall'inizio del rituale, è scesa la notte. Penso che sia finita lì, invece l'assistente dice allo sciamano che durante la trance lo spirito ha chiesto un incontro con me, da soli, all'aperto. Lui appare stupito. Io un po' preoccupato. Che faccio, resto? Ma sì, cosa mi può succedere. Mi inquieto un po' di più quando capisco che i miei compagni di viaggio dovranno andare via: mi verranno a riprendere fra un paio d'ore. Restiamo io, lo sciamano, l'assistente, il traduttore.

Andiamo fuori dalla tenda, sotto un cielo stellato come si vede solo in mezzo al deserto. Accendono un fuoco, io cammino inquieto, quando passo alle spalle dello sciamano un grido mi fa sobbalzare: vengo redarguito, "è pericoloso, ci sono gli spiriti della notte. Lontano dal fuoco e con lo sciamano di spalle non hai nessuna protezione".

Mi fanno sedere vicino al fuoco, a due metri dallo sciamano. Lui prende il tamburo, ripete la scena di prima stavolta in maniera ancora più violenta. Nel momento in cui va in trance fa quasi un salto mortale, poi sembra disarticolarsi, si placa e torna nella strana posizione accovacciata. Ancora sigaretta e wodka, e ancora quella vocetta strana.

L'assistente mi dice di guardare lo spirito. Fra me e lui il fuoco. La maschera per la prima volta si rivolge verso di me. Parla sommessamente, l'assistente non traduce, mi fa cenno di fare silenzio. Si allontanano anche i traduttori, rientrano nella tenda, siamo solo io e lo spirito, unico rumore il crepitare del fuoco. Lo sciamano parla da solo, ma lo fa come se stesse dialogando, con delle pause fra una frase e l'altra. Ride, anche, a un certo punto. Va avanti così per più di un'ora infinita. Segue un lungo silenzio, il fuoco si attenua, intorno la più completa oscurità, siamo un puntino di luce nel deserto.

Lo sciamano esce dalla trance. Sembra stupito di essere lì, arriva l'assistente, parlano a lungo. Mi spiega che non ricorda niente, ma che è la prima volta che il suo spirito chiede di incontrare un altro spirito da soli. Ancora più stupito che mi abbia fatto dei regali, la sciarpa, i soldi. Chiedo se li vuole indietro: no. Gli offro dei soldi per ringraziarlo, li rifiuta. L'assistente dice che è lui che ringrazia me per avergli fatto l'onore di andarlo a trovare. Poi i due rientrano nella gher; le luci dei fari in lontananza segnalano il ritorno dei miei compagni di viaggio. Ci allontaniamo sul fuoristrada. Il falò davanti alla tenda diventa sempre più piccolo, una stella nel buio. Guardo in alto: la luna non c’è, ma luccicano milioni di stelle. Mai viste così tante.

La cena che ci aspetta a una decina di chilometri di distanza è come il resto della giornata: surreale. Prima dell'incontro con lo sciamano ci eravamo fermati in una grande gher per accordarci con una famiglia di nomadi. Prepareranno per noi la capra Bodoog, una ricetta millenaria. La scelta di una capretta rossiccia – sì, per lei è un buon giorno per morire -, un piccolo taglio sulla gola, il pastore che ci infila rapido una mano, una leggera torsione sulla vena, poche gocce di sangue. E la capra che si accascia senza emettere un suono. Fine. Ci vediamo stasera.

Quando arriviamo il barbecue più strano del mondo è pronto. Due ore di cottura: una volta ripulito e in parte disossato l'animale è stato riempito di pietre roventi che lo cuociono da dentro, mentre la fiamma viva lo rosola da fuori. Ci sediamo in cerchio e il capofamiglia–chef taglia la sacca; il vapore che ne esce, denso e fragrante, riscalda la gher. Poi estrae i sassi ancora bollenti e unti di grasso e li distribuisce a tutti: un rituale, mi dicono, per scacciare gli spiriti cattivi, che da queste parti sono sempre in agguato.

Prendo la mia pietra, che scotta, e la strofino fra le mani finché non raffredda. Lo chef sorride e annuisce, ora posso staccare un pezzo di capra fumante e mangiarlo insieme a una specie di arrosticini fatti con le interiora e pezzetti di carne speziata. Il tepore della gher, i sorrisi dei presenti, la tranquilla lentezza dei gesti: sì, c'è un bel senso di comunione qui. E la capra è proprio buona.

Più tardi, tornati al campo tendato, al caldo della mia gher osservo i due fili di perline al polso e alla caviglia. Che faccio, li tengo o li getto via? Boh... per stasera li lascio. Il primo resterà al polso senza rompersi per 5 anni, quello alla caviglia per 10; nel portafogli ho ancora le banconote. Ah, dimenticavo: il mal di schiena ha smesso di tormentarmi. La scienza lo chiama effetto placebo.

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Bajanzag

Come arrivare a Bayanzag: dall'Italia voli per Ulan Bator (circa 14 ore), poi solo in fuoristrada su piste sterrate (670 chilometri, circa 10 ore).


sabato 24 ottobre 2020

1 - UN UOMO FORTUNATO (Merzouga)

 

 

Una volta, in Marocco...

Merzouga è sabbia rossa, la mia anima è fatta della sabbia rossa di Merzouga, e laggiù fra dune e silenzio diventano un tutt'uno. Non avevo mai pensato che la sabbia potesse essere mare: la sabbia sta di qua e finisce dove scivolano le onde, dice il bimbo sulla spiaggia, poi è tutto mare. Invece...

Il fuoristrada che sobbalza da più di mezz'ora sui sassi del deserto di sassi (ma che cazzo di deserto è?) segue una pista che solo l'autista baffuto sembra vedere. Merzouga è un nome di quelli che ti attirano, chissà perché, come Samarcanda o Tamanrasset. Quindi è lo zenit del mio Marocco: arrivo là, devo arrivare là. Poi inizierà il ritorno.

Combien de temps reste-t-il à Merzougà?”. Quanto tempo manca? Niente. Neanche mi guarda, continua a guidare e fa cenno di sì col capo... Che pretendo, mica lo so il francese: improvviso. E questo è il risultato. E ora che fa? Si alza un po' sul sedile, allunga il braccio e indica qualcosa in lontananza. La jeep centra una sassaia e balla la rumba Ma-che-cavolo-ti-alzi-sul-sedile-vieni-giù-che-ci-si-ammazza. Lui continua a indicare come il saggio, e io come lo stolto guardo il dito, finché mi decido a spingere lo sguardo in avanti, verso l'orizzonte: no, non c'è la luna. “Merzouga!” annuncia, come pronunciasse una parola magica.

Merzouga? Ma dove? Intravedo solo una tenue striscia rossa in lontananza; lambisce la linea che divide terra grigia e piatta e cielo azzurro chiaro. Mi riparo gli occhi dal sole del primo pomeriggio: la striscia diventa più nitida, prende forma e altezza, disegna l'orizzonte, diventa onde, imponenti e immobili. E io scopro per la prima volta che la sabbia è mare. E Merzouga è il porto, da lì ci si imbarca, poi si può navigare per giorni e settimane senza vedere altro che dune rosse e morbide carezzate dal vento.

Scendo dalla jeep, solo nel piazzale assolato davanti alle mura bianche del porto; solo mica tanto, bimbi e bimbe dai 5 ai 10 anni mi assaltano, vogliono vendermi sassi che aprono per mostrare piccoli fossili di quando qui c'era davvero il mare e scorpioni essiccati. E “pesci del Sahara”, pallide salamandre che appena poggiate sulla sabbia spariscono come per magia. “Là, shukraan”, no, grazie. Ma venite con me: un'Orangina? Ok, aranciata per tutti.

Il bar è un casotto in muratura con una vecchia insegna in legno dipinta di azzurro; è affacciato sul Grande Erg come una casa sulla scogliera, lambito dalle dune che da qui si vedono alte come colline. L'aranciata è coloratissima e dolcissima come in tutta l'Africa, il padrone del locale è un Tuareg con tanto di tagelmust indaco avvolto sul capo.

Occhi giovani, sguardo solenne, è il mio primo incontro con i Blue People. “Vuoi affittare un cammello? Ti porto dentro il Grande Erg”. Certo, sono qui per questo. Tratto la cifra, giusto per non sembrare il solito turista coglione. I cammelli sono tre, belli vivaci, legati a un palo davanti al bar.

Di dove sei?” chiede con tono solenne. Italia. Toscana. Poi non credo alle mie orecchie: sguardo intenso, parole scandite con lentezza. “Ah, allora vuoi una 'oca 'ola con la 'annuccia 'orta 'orta”. Così parlò il Tuareg. “Ma... come...?”. Mi guarda, e gli occhi diventano fessure: sì, sta sorridendo: “Turisti... Avventure nel mondo... da Firenze ne arrivano un bel po'”.

Ora arriva il peggio, lo so: “Su quale salgo?”. Lui, il cammello, si abbassa per farmi sedere in groppa, neanche il tempo di sistemarmi e partono le montagne russe: tuttoavanti, tuttoindietro, io disperatamente aggrappato al collo dell'animale; che è più inquieto di me, sente il peso, si agita, bramisce e scapicolla. Lo so per certo, stavolta vado giù di testa e muoio.

Succede ogni volta. E ogni volta poi mi ritrovo lassù, a guardare il mondo dall'alto, con lui sotto che scuote la testa, sbuffa, poi dopo un ultimo scossone si rassegna. “Hanno un nome i tuoi cammelli?”. Sì. “Ah, lui come si chiama?”. L'ultima risposta che ti aspetti: Jimi Hendrix. “Ma perché?”. E' estroso, esuberante, sempre nervoso. Ok, mi prende in giro, me lo merito. “La prossima volta dammi Eric Clapton...”.

La carovana si mette in cammino, il Tuareg davanti, io dietro. Ora il cammello è amico, sale dondolando lento la parete della duna fino al crinale. E da lassù lo sguardo si perde in un'infinita replica di alture e avvallamenti morbidi e sinuosi. Dall'altra parte del mare c'è Agadez, c'è Timboctou: settimane, un passo dopo l'altro. Noi ci fermiamo dopo un'oretta.

Dune rossastre davanti, dietro, ai lati, a perdita d'occhio. “Se mi lasci qui, poi mi sai ritrovare?”. Certo. E' una richiesta insolita, ma sì, si può fare. Se sono sicuro di non avere paura? No, non lo sono neanche un po'. Ma voglio restare solo, devo restare solo. Scendo da Jimi Hendrix e mi siedo a terra. Sono le 17,15, ci vediamo alle 19. Il Tuareg si allontana con i due cammelli. Sparisce dietro una duna.

Solo. Che silenzio! Un filo di vento gioca con la sabbia, spolvera mulinelli che corrono sulle dune. Sì, sono inquieto, e se poi non ritrova la strada? Se gli succede qualcosa? Cammino un po' intorno, salgo e scendo con la gamba che affonda nella sabbia fino al ginocchio. Poi mi siedo in cima a una duna uguale a tutte le altre davanti, dietro, ai lati, a perdita d'occhio. E poco a poco il silenzio diventa pace, la mia anima un tutt'uno col deserto.

Il sole è già basso all'orizzonte quando come dal nulla appare il tuareg con i due cammelli. Felice di vederlo. E anche no. Sollievo, certo: è andato tutto bene. E al tempo stesso la sensazione struggente che il momento magico e irripetibile vola via, che il viaggio di ritorno è iniziato.

Quando leghiamo i cammelli al palo dietro al bar il sole è appena calato; le dune sono rosse come il fuoco, l'aria è tiepida, l'aranciata dolcissima. Guardo negli occhi il tuareg. “Lo sai che sei un uomo fortunato?”. “Lo so”. 

 

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Merzouga

Come arrivare a Merzouga: da Roma voli per Marrakech (circa tre ore e mezza), poi in pullman fino a Er Rachidia (550 chilometri, circa 10 ore), in grand taxi fino a Erfoud (75 chilometri, circa un'ora), in fuoristrada fino a Merzouga (55 chilometri, circa un'ora).


4 - UN SOGNO AFRICANO (Awra Amba)

  Una volta, in Etiopia... Nel cuore dell’Africa c’è un piccolo mondo che sembra uscito dalla fantasia di un John Lennon. “Ima...