sabato 24 ottobre 2020

1 - UN UOMO FORTUNATO (Merzouga)

 

 

Una volta, in Marocco...

Merzouga è sabbia rossa, la mia anima è fatta della sabbia rossa di Merzouga, e laggiù fra dune e silenzio diventano un tutt'uno. Non avevo mai pensato che la sabbia potesse essere mare: la sabbia sta di qua e finisce dove scivolano le onde, dice il bimbo sulla spiaggia, poi è tutto mare. Invece...

Il fuoristrada che sobbalza da più di mezz'ora sui sassi del deserto di sassi (ma che cazzo di deserto è?) segue una pista che solo l'autista baffuto sembra vedere. Merzouga è un nome di quelli che ti attirano, chissà perché, come Samarcanda o Tamanrasset. Quindi è lo zenit del mio Marocco: arrivo là, devo arrivare là. Poi inizierà il ritorno.

Combien de temps reste-t-il à Merzougà?”. Quanto tempo manca? Niente. Neanche mi guarda, continua a guidare e fa cenno di sì col capo... Che pretendo, mica lo so il francese: improvviso. E questo è il risultato. E ora che fa? Si alza un po' sul sedile, allunga il braccio e indica qualcosa in lontananza. La jeep centra una sassaia e balla la rumba Ma-che-cavolo-ti-alzi-sul-sedile-vieni-giù-che-ci-si-ammazza. Lui continua a indicare come il saggio, e io come lo stolto guardo il dito, finché mi decido a spingere lo sguardo in avanti, verso l'orizzonte: no, non c'è la luna. “Merzouga!” annuncia, come pronunciasse una parola magica.

Merzouga? Ma dove? Intravedo solo una tenue striscia rossa in lontananza; lambisce la linea che divide terra grigia e piatta e cielo azzurro chiaro. Mi riparo gli occhi dal sole del primo pomeriggio: la striscia diventa più nitida, prende forma e altezza, disegna l'orizzonte, diventa onde, imponenti e immobili. E io scopro per la prima volta che la sabbia è mare. E Merzouga è il porto, da lì ci si imbarca, poi si può navigare per giorni e settimane senza vedere altro che dune rosse e morbide carezzate dal vento.

Scendo dalla jeep, solo nel piazzale assolato davanti alle mura bianche del porto; solo mica tanto, bimbi e bimbe dai 5 ai 10 anni mi assaltano, vogliono vendermi sassi che aprono per mostrare piccoli fossili di quando qui c'era davvero il mare e scorpioni essiccati. E “pesci del Sahara”, pallide salamandre che appena poggiate sulla sabbia spariscono come per magia. “Là, shukraan”, no, grazie. Ma venite con me: un'Orangina? Ok, aranciata per tutti.

Il bar è un casotto in muratura con una vecchia insegna in legno dipinta di azzurro; è affacciato sul Grande Erg come una casa sulla scogliera, lambito dalle dune che da qui si vedono alte come colline. L'aranciata è coloratissima e dolcissima come in tutta l'Africa, il padrone del locale è un Tuareg con tanto di tagelmust indaco avvolto sul capo.

Occhi giovani, sguardo solenne, è il mio primo incontro con i Blue People. “Vuoi affittare un cammello? Ti porto dentro il Grande Erg”. Certo, sono qui per questo. Tratto la cifra, giusto per non sembrare il solito turista coglione. I cammelli sono tre, belli vivaci, legati a un palo davanti al bar.

Di dove sei?” chiede con tono solenne. Italia. Toscana. Poi non credo alle mie orecchie: sguardo intenso, parole scandite con lentezza. “Ah, allora vuoi una 'oca 'ola con la 'annuccia 'orta 'orta”. Così parlò il Tuareg. “Ma... come...?”. Mi guarda, e gli occhi diventano fessure: sì, sta sorridendo: “Turisti... Avventure nel mondo... da Firenze ne arrivano un bel po'”.

Ora arriva il peggio, lo so: “Su quale salgo?”. Lui, il cammello, si abbassa per farmi sedere in groppa, neanche il tempo di sistemarmi e partono le montagne russe: tuttoavanti, tuttoindietro, io disperatamente aggrappato al collo dell'animale; che è più inquieto di me, sente il peso, si agita, bramisce e scapicolla. Lo so per certo, stavolta vado giù di testa e muoio.

Succede ogni volta. E ogni volta poi mi ritrovo lassù, a guardare il mondo dall'alto, con lui sotto che scuote la testa, sbuffa, poi dopo un ultimo scossone si rassegna. “Hanno un nome i tuoi cammelli?”. Sì. “Ah, lui come si chiama?”. L'ultima risposta che ti aspetti: Jimi Hendrix. “Ma perché?”. E' estroso, esuberante, sempre nervoso. Ok, mi prende in giro, me lo merito. “La prossima volta dammi Eric Clapton...”.

La carovana si mette in cammino, il Tuareg davanti, io dietro. Ora il cammello è amico, sale dondolando lento la parete della duna fino al crinale. E da lassù lo sguardo si perde in un'infinita replica di alture e avvallamenti morbidi e sinuosi. Dall'altra parte del mare c'è Agadez, c'è Timboctou: settimane, un passo dopo l'altro. Noi ci fermiamo dopo un'oretta.

Dune rossastre davanti, dietro, ai lati, a perdita d'occhio. “Se mi lasci qui, poi mi sai ritrovare?”. Certo. E' una richiesta insolita, ma sì, si può fare. Se sono sicuro di non avere paura? No, non lo sono neanche un po'. Ma voglio restare solo, devo restare solo. Scendo da Jimi Hendrix e mi siedo a terra. Sono le 17,15, ci vediamo alle 19. Il Tuareg si allontana con i due cammelli. Sparisce dietro una duna.

Solo. Che silenzio! Un filo di vento gioca con la sabbia, spolvera mulinelli che corrono sulle dune. Sì, sono inquieto, e se poi non ritrova la strada? Se gli succede qualcosa? Cammino un po' intorno, salgo e scendo con la gamba che affonda nella sabbia fino al ginocchio. Poi mi siedo in cima a una duna uguale a tutte le altre davanti, dietro, ai lati, a perdita d'occhio. E poco a poco il silenzio diventa pace, la mia anima un tutt'uno col deserto.

Il sole è già basso all'orizzonte quando come dal nulla appare il tuareg con i due cammelli. Felice di vederlo. E anche no. Sollievo, certo: è andato tutto bene. E al tempo stesso la sensazione struggente che il momento magico e irripetibile vola via, che il viaggio di ritorno è iniziato.

Quando leghiamo i cammelli al palo dietro al bar il sole è appena calato; le dune sono rosse come il fuoco, l'aria è tiepida, l'aranciata dolcissima. Guardo negli occhi il tuareg. “Lo sai che sei un uomo fortunato?”. “Lo so”. 

 

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Merzouga

Come arrivare a Merzouga: da Roma voli per Marrakech (circa tre ore e mezza), poi in pullman fino a Er Rachidia (550 chilometri, circa 10 ore), in grand taxi fino a Erfoud (75 chilometri, circa un'ora), in fuoristrada fino a Merzouga (55 chilometri, circa un'ora).


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