mercoledì 28 ottobre 2020

2 - LO SCIAMANO (Bayanzag)

 


Una volta, in Mongolia...

Campo tendato di Bayanzag nell'alto Gobi. La strada asfaltata più vicina è a 400 chilometri. Arriviamo all'ora di pranzo. Alfredo, la guida italiana, a tavola mi dà la buona notizia: stasera forse potremo incontrare uno sciamano, a qualche chilometro da qui. Era una delle prime richieste che gli avevo fatto appena arrivato in Mongolia, una settimana prima.

Lo sciamano fa sapere che è un buon giorno per contattare gli spiriti, e che sarebbe disponibile anche a fare un rituale, se lo desideriamo. In cambio vuole 3 bottiglie di Wodka. Affare fatto. Alle 17 ci dirigiamo verso due piccole tende, le tipiche gher mongole: entriamo nella prima, arredata con tappeti. E' una specie di sala d'attesa. Intorno la steppa a perdita d'occhio, in tutte le direzioni. Dopo un'oretta l'assistente ci fa entrare nella seconda tenda. Entra lo sciamano. età indefinibile, ma non vecchio.

Non guarda nessuno, non saluta. Prende un ampio pastrano dal quale pendono decine di serpenti e lo indossa, così come un copricapo con quattro lunghe piume d'aquila, che gli nasconde quasi completamente il volto. L'assistente spiega all'interprete che il pastrano serve a proteggersi dagli spiriti, il copricapo a facilitare il contatto. Lo sciamano prende poi un grosso tamburo di pelle di cavallo e comincia lentamente a percuoterlo con una mazza. "Sta chiamando gli spiriti" dice sottovoce l'assistente. Il suono si fa sempre più forte e violento, fino a diventare quasi insopportabile, un ultimo colpo di tamburo e lo sciamano crolla a terra con un movimento innaturale, come una bambola senza fili.

Quando si rialza qualcosa è cambiato. Le sue movenze sono quasi feline, la voce è artefatta, quasi femminile o di bambina. Nella semioscurità della tenda si accovaccia a terra, si fa accendere una sigaretta (spinello?) fatta a mano, fuma in maniera strana, sotto la maschera, al lato della bocca: la sigaretta diventa cenere rossa in tre tirate. Versa in una ciotola argentata della wodka e ne beve un po'. Parla con l'assistente.

E' una lingua diversa dal mongolo, mai sentita: il linguaggio degli spiriti. L'assistente traduce in mongolo, la guida traduce in inglese. E si rivolge a me: "Sei tu che hai voluto incontrarmi" dice lo spirito, "dimmi cosa vuoi". Cosa voglio? Io pensavo di fare una specie di intervista allo sciamano, ma cosa si dice a uno spirito? Dico letteralmente la prima cosa che mi viene in mente: "Guariscimi il mal di schiena". E’ un malessere serio che mi tormenta da tempo.

Lunghi minuti di silenzio. Poi lo spirito parla: "Qualcuno qui non crede, perché non va via?". Poi di nuovo rivolto a me: “Vedrò quello che posso fare, ma c'è già un grande sciamano che si prende cura di te". Ancora silenzio, poi chiede all'assistente di farmi avvicinare. Un po' a gesti, un po' a parole, dà delle indicazioni che l'assistente mi trasmette. Mi fa mettere le mani con le palme rivolte verso l'alto, mi dà una sciarpa di seta azzurra da tenere sulle mani. Poi soldi, banconote di piccolo taglio da tenere nella sinistra. E un braccialetto di sfere marroni da tenere nella destra.

Esegue un rituale con il fuoco e la ciotola di wodka, pronuncia parole incomprensibili, una lunga litania. Beve e fa bere un sorso anche a me. Lo spirito parla ancora. Dice che più tardi incontrerà il mio spirito da solo, fuori dalla tenda, davanti al fuoco. Poi lo sciamano sembra perdere i sensi. Si riprende, e torna in sé, lo spirito se ne è andato.

Ora si muove e parla normalmente, sembra solo affaticato. Si rivolge direttamente a me. Prende il braccialetto, lo taglia, fa cadere le sfere nella ciotola con la wodka, vi immerge anche un filo nuovo, giallo. Poi infila di nuovo le sfere una per una, lega con tre nodi (felicità, infelicità, felicità, così l'infelicità è chiusa in mezzo, spiega) al mio polso. Prende un sorso di wodka e dalla bocca me la spruzza sul polso. Prende un filo rosso, infila una perla, fa lo stesso con questo secondo filo alla mia caviglia, con tanto di spruzzo di wodka.

Dice che non dovrò togliermeli, che sì, ho dei problemi alla colonna e ai reni, ma quando i bracciali si scioglieranno da soli, guarirò. Però non dovrò conservarli, dovrò far cadere le sfere, poi buttarle via. Poi mi fa sdraiare bocconi, con la schiena nuda. Manipola per qualche minuto la zona dei reni e della colonna, conclude con un colpo piuttosto violento. Io sono alquanto preoccupato; ma insomma, me la sono cercata.

Sono passate quasi due ore dall'inizio del rituale, è scesa la notte. Penso che sia finita lì, invece l'assistente dice allo sciamano che durante la trance lo spirito ha chiesto un incontro con me, da soli, all'aperto. Lui appare stupito. Io un po' preoccupato. Che faccio, resto? Ma sì, cosa mi può succedere. Mi inquieto un po' di più quando capisco che i miei compagni di viaggio dovranno andare via: mi verranno a riprendere fra un paio d'ore. Restiamo io, lo sciamano, l'assistente, il traduttore.

Andiamo fuori dalla tenda, sotto un cielo stellato come si vede solo in mezzo al deserto. Accendono un fuoco, io cammino inquieto, quando passo alle spalle dello sciamano un grido mi fa sobbalzare: vengo redarguito, "è pericoloso, ci sono gli spiriti della notte. Lontano dal fuoco e con lo sciamano di spalle non hai nessuna protezione".

Mi fanno sedere vicino al fuoco, a due metri dallo sciamano. Lui prende il tamburo, ripete la scena di prima stavolta in maniera ancora più violenta. Nel momento in cui va in trance fa quasi un salto mortale, poi sembra disarticolarsi, si placa e torna nella strana posizione accovacciata. Ancora sigaretta e wodka, e ancora quella vocetta strana.

L'assistente mi dice di guardare lo spirito. Fra me e lui il fuoco. La maschera per la prima volta si rivolge verso di me. Parla sommessamente, l'assistente non traduce, mi fa cenno di fare silenzio. Si allontanano anche i traduttori, rientrano nella tenda, siamo solo io e lo spirito, unico rumore il crepitare del fuoco. Lo sciamano parla da solo, ma lo fa come se stesse dialogando, con delle pause fra una frase e l'altra. Ride, anche, a un certo punto. Va avanti così per più di un'ora infinita. Segue un lungo silenzio, il fuoco si attenua, intorno la più completa oscurità, siamo un puntino di luce nel deserto.

Lo sciamano esce dalla trance. Sembra stupito di essere lì, arriva l'assistente, parlano a lungo. Mi spiega che non ricorda niente, ma che è la prima volta che il suo spirito chiede di incontrare un altro spirito da soli. Ancora più stupito che mi abbia fatto dei regali, la sciarpa, i soldi. Chiedo se li vuole indietro: no. Gli offro dei soldi per ringraziarlo, li rifiuta. L'assistente dice che è lui che ringrazia me per avergli fatto l'onore di andarlo a trovare. Poi i due rientrano nella gher; le luci dei fari in lontananza segnalano il ritorno dei miei compagni di viaggio. Ci allontaniamo sul fuoristrada. Il falò davanti alla tenda diventa sempre più piccolo, una stella nel buio. Guardo in alto: la luna non c’è, ma luccicano milioni di stelle. Mai viste così tante.

La cena che ci aspetta a una decina di chilometri di distanza è come il resto della giornata: surreale. Prima dell'incontro con lo sciamano ci eravamo fermati in una grande gher per accordarci con una famiglia di nomadi. Prepareranno per noi la capra Bodoog, una ricetta millenaria. La scelta di una capretta rossiccia – sì, per lei è un buon giorno per morire -, un piccolo taglio sulla gola, il pastore che ci infila rapido una mano, una leggera torsione sulla vena, poche gocce di sangue. E la capra che si accascia senza emettere un suono. Fine. Ci vediamo stasera.

Quando arriviamo il barbecue più strano del mondo è pronto. Due ore di cottura: una volta ripulito e in parte disossato l'animale è stato riempito di pietre roventi che lo cuociono da dentro, mentre la fiamma viva lo rosola da fuori. Ci sediamo in cerchio e il capofamiglia–chef taglia la sacca; il vapore che ne esce, denso e fragrante, riscalda la gher. Poi estrae i sassi ancora bollenti e unti di grasso e li distribuisce a tutti: un rituale, mi dicono, per scacciare gli spiriti cattivi, che da queste parti sono sempre in agguato.

Prendo la mia pietra, che scotta, e la strofino fra le mani finché non raffredda. Lo chef sorride e annuisce, ora posso staccare un pezzo di capra fumante e mangiarlo insieme a una specie di arrosticini fatti con le interiora e pezzetti di carne speziata. Il tepore della gher, i sorrisi dei presenti, la tranquilla lentezza dei gesti: sì, c'è un bel senso di comunione qui. E la capra è proprio buona.

Più tardi, tornati al campo tendato, al caldo della mia gher osservo i due fili di perline al polso e alla caviglia. Che faccio, li tengo o li getto via? Boh... per stasera li lascio. Il primo resterà al polso senza rompersi per 5 anni, quello alla caviglia per 10; nel portafogli ho ancora le banconote. Ah, dimenticavo: il mal di schiena ha smesso di tormentarmi. La scienza lo chiama effetto placebo.

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Bajanzag

Come arrivare a Bayanzag: dall'Italia voli per Ulan Bator (circa 14 ore), poi solo in fuoristrada su piste sterrate (670 chilometri, circa 10 ore).


sabato 24 ottobre 2020

1 - UN UOMO FORTUNATO (Merzouga)

 

 

Una volta, in Marocco...

Merzouga è sabbia rossa, la mia anima è fatta della sabbia rossa di Merzouga, e laggiù fra dune e silenzio diventano un tutt'uno. Non avevo mai pensato che la sabbia potesse essere mare: la sabbia sta di qua e finisce dove scivolano le onde, dice il bimbo sulla spiaggia, poi è tutto mare. Invece...

Il fuoristrada che sobbalza da più di mezz'ora sui sassi del deserto di sassi (ma che cazzo di deserto è?) segue una pista che solo l'autista baffuto sembra vedere. Merzouga è un nome di quelli che ti attirano, chissà perché, come Samarcanda o Tamanrasset. Quindi è lo zenit del mio Marocco: arrivo là, devo arrivare là. Poi inizierà il ritorno.

Combien de temps reste-t-il à Merzougà?”. Quanto tempo manca? Niente. Neanche mi guarda, continua a guidare e fa cenno di sì col capo... Che pretendo, mica lo so il francese: improvviso. E questo è il risultato. E ora che fa? Si alza un po' sul sedile, allunga il braccio e indica qualcosa in lontananza. La jeep centra una sassaia e balla la rumba Ma-che-cavolo-ti-alzi-sul-sedile-vieni-giù-che-ci-si-ammazza. Lui continua a indicare come il saggio, e io come lo stolto guardo il dito, finché mi decido a spingere lo sguardo in avanti, verso l'orizzonte: no, non c'è la luna. “Merzouga!” annuncia, come pronunciasse una parola magica.

Merzouga? Ma dove? Intravedo solo una tenue striscia rossa in lontananza; lambisce la linea che divide terra grigia e piatta e cielo azzurro chiaro. Mi riparo gli occhi dal sole del primo pomeriggio: la striscia diventa più nitida, prende forma e altezza, disegna l'orizzonte, diventa onde, imponenti e immobili. E io scopro per la prima volta che la sabbia è mare. E Merzouga è il porto, da lì ci si imbarca, poi si può navigare per giorni e settimane senza vedere altro che dune rosse e morbide carezzate dal vento.

Scendo dalla jeep, solo nel piazzale assolato davanti alle mura bianche del porto; solo mica tanto, bimbi e bimbe dai 5 ai 10 anni mi assaltano, vogliono vendermi sassi che aprono per mostrare piccoli fossili di quando qui c'era davvero il mare e scorpioni essiccati. E “pesci del Sahara”, pallide salamandre che appena poggiate sulla sabbia spariscono come per magia. “Là, shukraan”, no, grazie. Ma venite con me: un'Orangina? Ok, aranciata per tutti.

Il bar è un casotto in muratura con una vecchia insegna in legno dipinta di azzurro; è affacciato sul Grande Erg come una casa sulla scogliera, lambito dalle dune che da qui si vedono alte come colline. L'aranciata è coloratissima e dolcissima come in tutta l'Africa, il padrone del locale è un Tuareg con tanto di tagelmust indaco avvolto sul capo.

Occhi giovani, sguardo solenne, è il mio primo incontro con i Blue People. “Vuoi affittare un cammello? Ti porto dentro il Grande Erg”. Certo, sono qui per questo. Tratto la cifra, giusto per non sembrare il solito turista coglione. I cammelli sono tre, belli vivaci, legati a un palo davanti al bar.

Di dove sei?” chiede con tono solenne. Italia. Toscana. Poi non credo alle mie orecchie: sguardo intenso, parole scandite con lentezza. “Ah, allora vuoi una 'oca 'ola con la 'annuccia 'orta 'orta”. Così parlò il Tuareg. “Ma... come...?”. Mi guarda, e gli occhi diventano fessure: sì, sta sorridendo: “Turisti... Avventure nel mondo... da Firenze ne arrivano un bel po'”.

Ora arriva il peggio, lo so: “Su quale salgo?”. Lui, il cammello, si abbassa per farmi sedere in groppa, neanche il tempo di sistemarmi e partono le montagne russe: tuttoavanti, tuttoindietro, io disperatamente aggrappato al collo dell'animale; che è più inquieto di me, sente il peso, si agita, bramisce e scapicolla. Lo so per certo, stavolta vado giù di testa e muoio.

Succede ogni volta. E ogni volta poi mi ritrovo lassù, a guardare il mondo dall'alto, con lui sotto che scuote la testa, sbuffa, poi dopo un ultimo scossone si rassegna. “Hanno un nome i tuoi cammelli?”. Sì. “Ah, lui come si chiama?”. L'ultima risposta che ti aspetti: Jimi Hendrix. “Ma perché?”. E' estroso, esuberante, sempre nervoso. Ok, mi prende in giro, me lo merito. “La prossima volta dammi Eric Clapton...”.

La carovana si mette in cammino, il Tuareg davanti, io dietro. Ora il cammello è amico, sale dondolando lento la parete della duna fino al crinale. E da lassù lo sguardo si perde in un'infinita replica di alture e avvallamenti morbidi e sinuosi. Dall'altra parte del mare c'è Agadez, c'è Timboctou: settimane, un passo dopo l'altro. Noi ci fermiamo dopo un'oretta.

Dune rossastre davanti, dietro, ai lati, a perdita d'occhio. “Se mi lasci qui, poi mi sai ritrovare?”. Certo. E' una richiesta insolita, ma sì, si può fare. Se sono sicuro di non avere paura? No, non lo sono neanche un po'. Ma voglio restare solo, devo restare solo. Scendo da Jimi Hendrix e mi siedo a terra. Sono le 17,15, ci vediamo alle 19. Il Tuareg si allontana con i due cammelli. Sparisce dietro una duna.

Solo. Che silenzio! Un filo di vento gioca con la sabbia, spolvera mulinelli che corrono sulle dune. Sì, sono inquieto, e se poi non ritrova la strada? Se gli succede qualcosa? Cammino un po' intorno, salgo e scendo con la gamba che affonda nella sabbia fino al ginocchio. Poi mi siedo in cima a una duna uguale a tutte le altre davanti, dietro, ai lati, a perdita d'occhio. E poco a poco il silenzio diventa pace, la mia anima un tutt'uno col deserto.

Il sole è già basso all'orizzonte quando come dal nulla appare il tuareg con i due cammelli. Felice di vederlo. E anche no. Sollievo, certo: è andato tutto bene. E al tempo stesso la sensazione struggente che il momento magico e irripetibile vola via, che il viaggio di ritorno è iniziato.

Quando leghiamo i cammelli al palo dietro al bar il sole è appena calato; le dune sono rosse come il fuoco, l'aria è tiepida, l'aranciata dolcissima. Guardo negli occhi il tuareg. “Lo sai che sei un uomo fortunato?”. “Lo so”. 

 

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Merzouga

Come arrivare a Merzouga: da Roma voli per Marrakech (circa tre ore e mezza), poi in pullman fino a Er Rachidia (550 chilometri, circa 10 ore), in grand taxi fino a Erfoud (75 chilometri, circa un'ora), in fuoristrada fino a Merzouga (55 chilometri, circa un'ora).


4 - UN SOGNO AFRICANO (Awra Amba)

  Una volta, in Etiopia... Nel cuore dell’Africa c’è un piccolo mondo che sembra uscito dalla fantasia di un John Lennon. “Ima...